Di Angela Ianni; Illustrazione di Aaron Lee
Il tema di questo mese è “Elementi” e l’idea di questo testo nasce da una conversazione avuta qualche giorno fa con il professor Lattinelli. Mi ha chiesto se il logo della nostra scuola avesse un significato. Ho dovuto pensarci un attimo, poi mi è tornato in mente che quel logo, se non ricordo male, era stato progettato negli anni in cui io stessa ero studentessa qui. All’epoca la scuola aveva tre indirizzi, e il designer aveva scelto di rappresentarli con tre triangoli, colorati dai colori primari — rosso, giallo e blu — e combinati in modo da formare la lettera A. Tre elementi distinti che, se messi in relazione, possono dare vita a infinite possibilità.
Ripensando a quella sintesi così essenziale, sono andata a recuperare nella libreria di casa un saggio che avevo letto anni fa per l’esame di storia dell’arte contemporanea: Punto, linea, superficie di Vasilij Kandinskij, pittore russo e figura centrale dell’astrattismo.
Questo libro, scritto durante gli anni in cui Kandinskij insegnava al Bauhaus, e pubblicato nel 1926 nella collana ufficiale della scuola, non è un manuale e non vuole insegnare come si fa un’opera d’arte, ma prova a capire quali elementi la compongono e come questi elementi agiscono su chi guarda.

Kandinskij parte da ciò che sembra minimo: il punto, che è una presenza iniziale, quasi un niente. Poi il punto si muove e diventa linea. La linea prende una direzione, accelera, rallenta, si spezza. La superficie non è uno sfondo neutro, ma lo spazio in cui queste forze entrano in relazione. Kandinskij lo dice chiaramente: non sta costruendo una scienza esatta, ma una sorta di “geometria qualitativa”, qualcosa che serve a orientarsi nell’esperienza.
Quello che mi interessa di più, rileggendo oggi, è che per lui gli elementi non sono solo strumenti tecnici. Dice che la forma va ascoltata. Una linea dritta non dice la stessa cosa di una spezzata, un colore acceso non ha lo stesso peso di uno spento. Ogni scelta produce un effetto, anche quando non lo stiamo cercando. E questo vale per un quadro, ma anche per tutto ciò che costruiamo per tentativi.
C’è un passaggio, in particolare, che mi torna spesso in mente. Kandinskij distingue tra restare dietro il vetro a guardare la strada — con i rumori attutiti e i movimenti lontani — e aprire la porta, uscire, entrare nel flusso. Dice che l’opera d’arte offre questa possibilità: o resti fuori, o entri e ne vivi la pulsazione con tutti i sensi. Non è una questione di capire tutto, ma di partecipare.

Forse è per questo che il tema “Elementi” non riguarda solo l’arte in senso stretto. Riguarda anche il modo in cui ci muoviamo dentro le cose. Anche noi siamo fatti di elementi minimi: gesti ripetuti, interessi intermittenti, fissazioni, entusiasmi. All’inizio sembrano dettagli isolati. Poi iniziano a muoversi, a collegarsi, a prendere una direzione. A volte funzionano, a volte no.
In un liceo artistico si impara proprio questo. Che niente nasce già completo. Che l’analisi non serve a smontare l’opera, ma a entrarci dentro. Che gli elementi non sono un passaggio iniziale da superare in fretta, ma il cuore stesso del lavoro. Capire come funzionano significa capire come muoversi, come scegliere. Il resto è attenzione, ascolto, disponibilità a entrare in relazione. È così che nasce un’opera, e forse è così che si prova a stare nel mondo.


