Di Caterina Perotti

Erano gli anni ’40 dell’Ottocento, l’Italia spezzata, sotto il dominio austriaco. Il popolo aspettava solo una miccia per accendere libertà e unità. Giuseppe Verdi ci riuscì con la musica. Il Va’ pensiero fece esplodere una bomba culturale e politica, ancora oggi attuale.
È uno dei cori più celebri del Nabucco, opera composta nel 1841, che dà voce agli ebrei prigionieri in Babilonia. Abigaille, figlia illegittima del re Nabucco, disperata per il sentimento non ricambiato di Ismaele, innamorato della sorella, emana un decreto per sterminare tutti gli ebrei, tra cui, appunto, la sorella Fenena, convertitasi per amore. Il popolo ebraico quindi si lascia andare a quello che pensa sia il suo ultimo coro. È un inno, una preghiera rivolta alla loro patria, per ricordare la propria identità.

Il pensiero diventa così un rifugio, un desiderio di indipendenza e dignità. È scritto in endecasillabi, con sillabe accentate ogni tre (“va-pen-sie-ro”). Solera, librettista dell’opera, si è ispirato al Salmo 137 della Bibbia, dove gli ebrei piangono, lungo i fiumi di Babilonia, per l’esilio. L’identificazione tra il popolo ebraico oppresso e gli italiani del Risorgimento è una lettura simbolica ampiamente condivisa. Verdi non lasciò dichiarazioni politiche esplicite in tal senso, tuttavia il pubblico dell’epoca si immedesima pienamente in quelle voci.

Il pensiero è l’ultimo spazio di speranza quando tutto il resto viene negato. Per questo il Va’ pensiero è ancora contemporaneo e moderno. Di fronte alla tragedia vissuta oggi dal popolo palestinese, sradicato dalla propria terra natale, privato della propria sicurezza e della propria voce, quel coro torna a risuonare. In un contesto di conflitto che vede coinvolto lo Stato di Israele – e più precisamente il suo governo e il suo apparato militare – e che la Commissione ONU per i diritti umani del 16 settembre 2025, presenta condotta genocidaria, il Va’ pensiero riacquista una forza simbolica potente. Cambiano nazionalità e nomi, ma la storia resta: finché un popolo ricorda le proprie origini e la propria identità, non si può sconfiggere.


