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del Professore Nicola Traversoni

A volte bastava incrociare due dita, altre volte serviva un rituale più elaborato, ma il risultato era sempre lo stesso: “amicizia eterna”; queste due parole, da piccolo,  avevano per me un valore assoluto, erano un patto sacro che non poteva essere infranto… peccato che dopo due giorni si finiva a litigare per una merenda, per una parola fuori posto o per aver pranzato vicino ad altri compagni di classe.

E si piangeva. E ci si rimaneva male. Perchè ad infrangersi così era quel gesto tanto solenne che tutti noi, in modo o nell’altro, avevamo visto nei film o nei cartoni animati delle sedici sintonizzati con Paolo Bonolis e l’allegra combriccola di Bim Bum Bam.

Crescendo ho ripreso in mano tutto questo materiale emotivo, sentivo che non potevo fare altrimenti. Poco alla volta, sogno dopo sogno, gioia dopo gioia, delusione dopo delusione. Sia artisticamente che intimamente, anche se in alcuni casi le due cose si sono spesso incrociate e sovrapposte.

Forse è proprio questa la magia dell’infanzia: la capacità di vivere emozioni intense, di credere in promesse impossibili, di attribuire un valore assoluto a gesti effimeri? E non lo fanno un po’ anche gli artisti? No?

Se penso a queste sensazioni lontane mi vengono alla mente tre artisti che, a mio parere, hanno esplorato tale universo, trasformandolo o traducendolo in opere che affrontano temi come la memoria, il gioco, la fragilità, la vulnerabilità e la spontaneità: Cy Twombly, Damien Hirst e Ron Mueck.

Cy Twombly, con il suo linguaggio visivo fatto di segni apparentemente caotici, ha dato forma a una scrittura pittorica che richiama i primi tentativi di disegno infantile. Segni, scarabocchi, cancellature, tracce: il manifesto di un gesto istintivo, del bambino che scopre il potere della pittura e ne è attratto dalla sua forza motrice. Dietro questi gesti si cela una riflessione sul tempo, sulla storia e sulla passione umana, come se l’infanzia fosse il luogo dove tutto inizia, ma anche il punto a cui vorremmo tornare. E quanti di noi vorrebbero farlo, eh? Ne sono sicuro.

Damien Hirst, il re della provocazione, ha utilizzato elementi legati al mondo infantile per suscitare riflessioni più profonde. In “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living” (1991), lo squalo sospeso nella formaldeide diventa un simbolo di paura primordiale, di quel terrore puro che solo un bambino può provare di fronte all’ignoto. L’infanzia, in Hirst, non è solo gioco, ma anche confronto con la morte, il mistero e la precarietà della vita. E ricordo come fosse ieri i mille mostri che sentivo di avere in casa, dietro le spalle, dentro di me. Il disegno e la pittura mi hanno permesso di dare spazio e forma a questi mostri, e dipinti fino all’ossessione, si sono preoccupati loro di me e se ne sono andati. Ma non voglio urlarlo, non si sa mai che tornino adesso.

Infine, Ron Mueck, con il suo iperrealismo, ci catapulta in un’infanzia sospesa tra meraviglia e inquietudine. Penso all’opera “Boy” (1999), un enorme ragazzo accovacciato dallo sguardo insicuro, che amplifica il senso di vulnerabilità e timidezza tipico di quell’età. L’ingrandimento delle proporzioni ci costringe a riflettere su quanto i bambini possano sentirsi piccoli di fronte al mondo degli adulti, e su come lo sguardo dell’infanzia possa ancora sorprenderci, anche quando lo crediamo lontano.

Grazie (anche) a questi artisti che ho capito che l’infanzia non è qualcosa che lasciamo davvero alle spalle. Non è possibile che, nel profondo, ognuno di noi stia ancora cercando di mantenere quel giuramento eterno che fatto da bambino? A voi l’ardua sentenza.

Sono sicuro che gli articoli e gli episodi di Etra di questo mese sapranno più di me scatenarvi questioni. E se non risponderanno alle vostre domande interiori… lasciate correre. Lasciatevi attraversare dai dubbi. E cercate di coglierne gli spunti. 

Buona lettura e buon ascolto!

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